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13 von 24 Kunden fanden die folgende Rezension hilfreich
2.0 von 5 Sternen Manca totalmente di personalità, 17. August 2013
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Rezension bezieht sich auf: Verdi (Audio CD)
“Voce verdiana” è una di quelle definizioni che trovo non solo irritanti, ma anche inutili.
Irritante perché è uno di quei luoghi comuni con cui si riempiono la bocca i sapientoni prevalentemente italiani che credono di poter insegnare al mondo come si deve cantare, specialmente quando gli tocchi Verdi.
Inutile perché – as usual – non porta da nessuna parte: non è mai esistita la voce verdiana staminale totipotente, con la (solo teorica) eccezione della solita Callas che, però, ovviamente giocava di rimessa in ruoli come Gilda cui non la destinavano né dote vocale, né temperamento; e che, comunque, ad altri ruoli non si era avvicinata nemmeno di sfioro.
Come nel caso del tenore, anche per il soprano la Voce Verdiana è una comoda astrazione che non vuol dire niente, laddove si considerino le interpreti per cui Verdi aveva scritto i propri ruoli, e che sono (erano) diversissime fra di loro. Difficile parlare di “voce verdiana” per una cantante che cerchi di assemblare nel proprio repertorio i melismi di Eugenia Frezzolini – prima interprete di Giovanna d’Arco, che aveva in repertorio Bellini e Gilda del Rigoletto – con gli “strappi” di Marianna Barbieri-Nini (prima interprete di Lady Macbeth), le arcate di Rosina Penco e le impossibili correnti ascensionali di Sophie Cruwell.
L’estensione di “Arrigo ah tu parli a un core” è il classico esempio, con la sua discesa per semitoni dal do acuto al fa diesis sotto il rigo, sostanzialmente impossibile e impensabile per una cantante che non abbia le stesse caratteristiche: è noto che ci si impiccò persino la già citata Callas.
Uno dei motivi – invero non l’unico – per cui questo disco farà fallimento in Italia è proprio questa pretesa universalità di una protagonista che avrebbe determinate frecce al proprio arco, ma che invece si impegola in territori che non le appartengono, e non tanto o non solo per ragioni vocali, quanto proprio per questioni psicologico-interpretative.
Ho sempre amato ferocemente Anna Netrebko, sin dalla sua epifania al pubblico italiano con la meravigliosa Traviata di Salisburgo del 2005: fu talmente mesmerizzante da porre una seria ipoteca su un ruolo che pure aveva già visto numerosissime altre interpreti di valore assoluto. In più era bellissima, fragile, eterea, scandalosamente sexy nel vestitino rosso con cui si aggirava per la scarna scena dominata dall’orologio ideata da Decker.
Negli ultimi anni la voce le si è irrobustita, e non solo quella, tanto per essere onesti; e la voce robusta – a quanto dicono gli esperti sul tema – è quella che garantirebbe l’applicabilità ai GRV (Grandi Ruoli Verdiani).
Ma quali sono questi GRV?
Ovviamente quelli della maturità dell’Autore, quelli che – almeno nell’immaginario collettivo – richiedono voce da soprano lirico-drammatico, quelli che esigono il Grande Gesto e la Grandissima Espansione.
Oppure – sempre nell’immaginario collettivo – quelli in cui la Callas ha dato il meglio di sé: dopotutto, il fantasma della grande cantante americana aleggia pur sempre su tutte coloro che si accingono ad affrontare questo repertorio.
Ed ecco quindi questo disco che, per quanto mi concerne, è non solo pesantemente insufficiente, ma un fallimento quasi integrale.
Lo è per varie ragioni che proverò a sintetizzare:
1. Partiamo dalla superficie: il minutaggio. Un disco di recital così generico come questo richiede pesantemente un’ampiezza di esposizione infinitamente superiore. Se Madame Netrebko vuole proporre in modo strutturato il proprio modo di interpretare i GRV non si può stare sotto l’ora scarsa di durata, per di più con una scelta limitatissima di personaggi, per di più molto male assemblati. By the way, sempre parlando di assemblaggio: era proprio impossibile trovare una foto un po’ più decente di quella cotonatissima stile vamp Anni Ottanta che hanno messo in copertina?
2. Si dirà che questa mia affermazione è in contraddizione con quanto sopra affermato: non si può essere talmente eclettici da coprire tutte le esigenze verdiane. Infatti: la mia idea è che la Netrebko dovrebbe proporre un disco in cui far valere le proprie ragioni di soprano lirico-drammatico, lasciando perdere Lady – che richiede una belcantista drammatica – o Giovanna, o Elena; e puntando invece su Leonora di Vargas, oppure le due Amelie di “Boccanegra” o di “Ballo in maschera”; o Lucrezia Contarini; o Aida, pur se con qualche riserva
3. Vocalmente la Netrebko non dice nulla di rivelatore che la renda preferibile a altri esempi anche contemporanei, il che è un peccato laddove si consideri che attualmente i ruoli lirici verdiani sono appaltati per lo più da cantanti per niente paradigmatiche come Sondra Radvanovsky o Anja Harteros. Lei invece avrebbe colori e volume adeguati per rendere interessanti personaggi come quelli citati al punto precedente. Tra l’altro l’intonazione è periclitante soprattutto quando la voce scende molto in basso, come per esempio nei due brani dei “Vespri” o nell’incipit dell’aria del Sonnambulismo
4. Anche come interpretazione siamo lontani anni luce da uno standard per cui valga la pena ricordare questa cantante. Ripeto: la dispersione fra diversi canali tematici vocali non porta nessun costrutto. I brani proposti sono tutti uguali: non c’è differenza fra l’invocazione di Lady Macbeth agli spiriti infernali e quella a Manrico nel Notturno. È tutto uguale, tutto piatto, tutto mortalmente noioso. Possibile che una cantante navigata, che ha già dimostrato di distillare emozioni, produca un disco tanto uguale, levigato, squadrato? Possibile che non ci sia mai – dico: MAI – la ricerca di un’inflessione, di un colore diverso, di una smorzatura, di un sottinteso?
5. La direzione di Noseda non mi piace per niente: valga come esempio la lentezza mortifera della Siciliana che, peraltro, ben lungi dall’aiutare la Netrebko in difficoltà con le modeste agilità richieste dal brano, la mette in maggiore imbarazzo. Ma gli contesto formalmente anche le scelte editoriali per le quali ha – quanto meno – una corresponsabilità: mi riferisco all’incomprensibile scelta della lingua italiana per Don Carlo e Vespri, e alla pessima idea di non ripetere le cabalette. Siamo in studio, no? E allora ci vogliono le edizioni integrali e in lingua originale. I tagli, almeno in studio, no!

A parte queste considerazioni, ciò che irrita maggiormente l’ascoltatore in un disco del genere è la superficialità con cui vengono affrontati brani celeberrimi, confidando solo sulla bellezza del mezzo vocale. Ma è una bellezza ormai piuttosto appannata perché, nonostante un medium ancora di notevole fascino, gli acuti patiscono e le note basse stonano. Quando poi la cantante scende in “zona Cruwell”, la sensazione della patata in bocca è veramente difficile da scansare.
Degna di discussione e misteriosa la scelta – peraltro molto sbandierata dal punto di vista mediatico – di affrontare Lady Macbeth.
Perché?
È vero che sarebbe ora di togliere questo personaggio a mezzosoprani con gli acuti (penso alla pessima Modl, alla Hoengen, all’inascoltabile Cossotto dell’incisione di Muti, ma nemmeno la più recente Urmana è una soluzione particolarmente attendibile) e affidarlo una volta per tutte a una belcantista dotata di scansione ma, detto questo, persino la Marrocu è più interessante e coinvolgente della Netrebko.
Parimenti misteriosa la scelta di escludere personaggi in cui la vocalità della cantante potrebbe espandersi meglio: penso soprattutto a Leonora di Vargas, ma anche a Desdemona o le altre di cui parlavo sopra.
Pessimi – dicevo – i due momenti solistici di Elena: in “Arrigo ah tu parli a un core” soffre orribilmente le discese verso il basso, e poi non ha nulla da dire; nel Bolero manca del tutto il gusto per il virtuosismo che la Netrebko ha sempre coltivato come interesse collaterale ma che, da adesso in avanti, non può più far parte della sua “cassetta degli attrezzi”.

Disco completamente disastroso, quindi?
Non del tutto.
Ci sono alcune cose discretamente riuscite.
Il Notturno del Trovatore, per esempio, non è niente male. Certo, l’espressività è quella di un tubero: se non hai i celestiali pianissimi e le meravigliose messe di voce di Renata Tebaldi o di Leyla Gencer, è difficile essere veramente coinvolgenti basandosi solo ed esclusivamente sulla bellezza del mezzo vocale. Le connotazioni nevrotiche non solo di Maria Callas, ma anche di Barbara Frittoli (guidata magistralmente da Muti) sono davvero su un altro pianeta. Ma, detto questo e considerando il tutto come un primo approccio al ruolo, e forse un progetto, si può considerare il tutto con un minimo di interesse. Pollice verso, invece, per la scelta di non raddoppiare la cabaletta
Parimenti gradevole è la grande scena di Elisabetta, per la quale avrei rigorosamente preteso il francese; certo, manca il tormento e l’estasi ma, stando alla sola cifra vocale, ci si può accontentare.
Ma il brano forse meglio riuscito è quello della “Giovanna d’Arco”. La cifra stilistica attuale di Anna Netrebko è lontanissima da quella di un ruolo Frezzolini, ma lei saggiamente punta su una liricizzazione molto interiore non diversa da quella che infondeva nello stesso personaggio Renata Tebaldi pervenendo a risultati interessanti.
Forse, a conti fatti, è un po’ troppo poco per un disco così atteso
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